Bodhisattva

Il mio nome è Emanuele, figlio di Giuseppe, artigiano all'epoca della mia nascita, e di Marisa, casalinga. Sono nato nel 1963, primogenito di quattro maschi.

Quando avevo sei anni, alle nozze di mia cugina Graziella, ho trasformato l'acqua in vino e i NAS hanno arrestato il ristoratore per sofisticazione alimentare

A dodici anni, discutendo con i dottori nella sala del  tempio (erano quasi tutti sociologi) ho capito come sarebbe andata a finire, ho lasciato che continuassero a discutere tra loro e ho abbandonato il convegno.

Potevo essere il messia di questo secolo, ma come molti di quelli che mi hanno preceduto ho preferito lasciar perdere.

Perché la verità (e in verità vi dico) è che nessuno di noi ha mai preteso d'essere il figlio di un qualunque dio, ma sempre abbiamo spiegato d'essere figli dell'Uomo.

Perché nessuno di noi ha mai inteso fondare una nuova religione e nemmeno riformare quelle esistenti, perché qualunque confessione una volta perso l'entusiasmo iniziale e la fede sincera delle origini si trasforma dopo pochi secoli nella ripetizione di un vuoto rituale.

Perché alla fine è inutile provare a cambiare il corso degli eventi predicando l'amore e la fratellanza, l'umiltà e la gentilezza, la giustizia e il perdono.

Perché passano i secoli e i millenni e ad ogni ciclo si ripetono gli stessi errori e gli stessi orrori.

Ogni generazione pensa di essere migliore di quelle che l'hanno preceduta e sempre gli anziani si lamentano dei più giovani, dei loro costumi e della loro sventatezza, scordandosi di essere stati giovani anche loro e di aver sentito come loro l'impulso e il desiderio di cambiare il mondo.

E quelle generazioni che l'hanno fatto davvero, che davvero si sono mosse per cambiare il mondo spesso hanno finito per distruggere senza costruire e l'hanno cambiato sì, ma in peggio.

Perché non esistono i profeti, non esiste un Avversario che cospiri contro l'umanità per la sua dannazione, l'umanità basta tranquillamente a sé stessa anche in questo.

Perché non ci sono angeli caduti, non c'è un paradiso perduto e nemmeno ritrovato, non c'è stato un Eden da cui essere scacciati: dalla culla dell'umanità l'umanità ha semplicemente scelto di allontanarsi, disprezzando pure coloro che avevano scelto di restare. Non c'è nessuno a cui dare la colpa.

Certo, esistono esseri senzienti superiori all'uomo – e neppure pochi – per virtù e intelligenza.

La maggior parte non si cura degli uomini né ha per loro alcun interesse.

Alcuni, molto pochi, senza essere dei o angeli hanno invece a cuore le sorti dell'umanità e si prodigano per migliorarle.

Invano.

Perché davvero siete un popolo di dura cervice e nemmeno scaraventarvi addosso l'evidenza serve a farvi  deviare da un cammino che porta all'autodistruzione nel giro di pochi decenni ancora.

A che serve vedere chiaramente se nessuno ha interesse ad ascoltare?

Ho allontanato da me l'amaro calice e non lo rimpiango mai, neppure per un momento.

Ognuno deve credere in qualcosa, nella vita.

Io, credo che berrò un'altra birra e più tardi un'altra ancora.

Alla vostra salute e alla pelle dei vostri denti.

 

La figlia di Ananke

Correva a più non posso, e le sue lacrime si confondevano con la pioggia che cadeva tutto intorno. Non vedeva bene dove stesse andando e sarebbe potuta inciampare e cadere se un senso dell’equilibrio quasi soprannaturale non l’avesse già salvata più volte trasformando la caduta in un salto o in un volteggio. Avanzava velocissima, ma non aveva idea di dove stesse andando, né se ci fosse qualcosa da cui fuggire.

Si svegliò all’improvviso e si mise seduta sul letto. Fuori era giorno fatto, la luce filtrava tra le imposte. Scostò le lenzuola e posò i piedi sul pavimento freddo. Rabbrividì e cercò la vestaglia e le pantofole. Brandelli di sogno ancora affollavano i suoi pensieri. Soprattutto una voce, e il ricordo di una sala piena di specchi. La voce ripeteva «Figlia del tempo, tu hai molte facce e una sola natura; non sfuggire al tuo destino, affrontalo».

Andò in bagno, si spruzzò dell’acqua fredda sul viso e si guardò allo specchio, sostenendosi con le mani appoggiate al bordo del lavabo. Aveva un viso assolutamente simmetrico che si sarebbe potuto definire quasi bello, con grandi occhi neri, sopracciglia ben disegnate, un lungo naso greco, labbra sottili e un incarnato pallido. I capelli erano corvini e lisci, molto lunghi, fin oltre metà schiena. Non ricordava assolutamente il proprio nome, né come fosse arrivata fin là o quando.

Tornò in camera da letto, aprì gli scuri e guardò fuori dalla finestra: la sua stanza era al secondo o al terzo piano di un edificio probabilmente molto simile agli altri che vedeva intorno, e si affacciava su una piazza rettangolare con una fontana al centro e una chiesa su un lato.

«È tempo di uscire allo scoperto e andare fra la gente, molti non ti riconosceranno e tu pure sarai all’inizio sconosciuta a te stessa.» Di nuovo la voce del sogno che riecheggiava nella sua testa. Cercò di concentrarsi e richiamare i ricordi del sogno prima che svanissero del tutto alla luce del giorno. C’era un vecchio, che parlava nella sala con migliaia di specchi. Anche il pavimento era uno specchio, perfettamente lucido, e non c’erano finestre. C’era anche una donna velata, ma non riusciva a richiamarne altro che una vaga impressione.

Guardò nell’armadio, i vestiti erano tutti della sua misura e in qualche modo rispondevano al suo gusto. Scelse un maglione bianco e un paio di jeans dello stesso colore, legò i lunghi capelli in una coda di cavallo e uscì dalla stanza. Si trovò in un lungo corridoio sul quale si affacciavano altre stanze e che terminava in un vestibolo, nel quale c’era una specchiera con appendiabiti e un portaombrelli decorato. Prese un soprabito color ghiaccio e trovò nelle tasche un mazzo di chiavi; sul tavolino all’ingresso c’era una pochette nera: all’interno un telefono cellulare, un portadocumenti e varie altre cose di minore importanza. Prese il portadocumenti e ne estrasse un passaporto: accanto alla sua foto c’era un nome, ma non le diceva nulla. La data di nascita le suggerì che aveva poco meno di trent’anni e stando a quanto c’era scritto era nata a Salonicco, residente a Malta  ed era di cittadinanza britannica. Scrollò le spalle in un gesto istintivo, si sentiva stranamente disinteressata ai dettagli della propria identità, come se il sogno le avesse lasciato la certezza che i nomi e le storie personali non fossero che mere etichette e descrizioni che poco avevano a che fare con la realtà di ognuno.

Aprì il portone e discese le scale, disdegnando il vecchio ascensore. Il palazzo era vecchio, forse addirittura antico, ma ben tenuto e luminoso. Una volta in strada, cercò una caffetteria per fare colazione, e la trovò poco oltre la piazza, in una via laterale del corso che da essa dipartiva. Si sedette ad uno dei tavolini all’aperto, nonostante la giornata nuvolosa e non proprio calda, e si vide riflessa nella vetrata del locale. Sussultò per un attimo. Il suo viso riflesso appariva abbastanza diverso da quello che aveva visto nello specchio poco prima, con occhi dal taglio quasi orientale, un naso piccolo e labbra piene, con un mento deciso e zigomi alti.

Il cameriere che le si avvicinò si rivolse a lei in francese, e lei rispose con naturalezza nella stessa lingua, ordinando un caffellatte e un croissant. Provò a riflettere ancora: riusciva a richiamare altri dettagli del sogno, e ricordi di quella che forse era la sua vita prima di esso.

Decise di fare un esperimento: si alzò, pagò la sua consumazione con una banconota che aveva trovato insieme a parecchie altre in un fermasoldi all’interno della pochette, si diresse verso un negozietto poco lontano che dall’insegna e dagli adesivi sulla vetrina risultava essere un misto tra un internet point, un’agenzia di cambio e invio denaro e un centro telefonico. All’interno un ragazzo dalla pelle color bronzo che dall’aspetto sarebbe potuto essere pakistano, nordafricano o sudamericano. Lo guardò negli occhi e aspettò che fosse lui a rivolgerle la parola; lui lo fece in un francese stentato, con un marcato accento magrebino. Lei allora gli si rivolse tranquillamente in arabo e il viso del ragazzo si illuminò, facendo un cenno di assenso la accompagnò a un PC al quale erano collegate un paio di cuffie con microfono e una webcam, che stava nel retro del negozio insieme ad altri due identici, dietro una tenda scura. Prima di accendere il computer si vide riflessa nel monitor spento e come immaginava il suo volto era ancora differente: occhi verdi, sopracciglia appena accennate, naso leggermente aquilino, fronte alta e spaziosa, labbra tumide, il viso un ovale perfetto.

Una volta collegata, inserì nella barra indirizzi del browser un indirizzo numerico ipv6 e una porta non standard. Dopo qualche secondo comparve una schermata completamente nera senza link apparenti. Portò il cursore del mouse nell’angolo in basso a sinistra dello schermo e attese; poco dopo comparve il simbolo di una croce ansata, lei disegnò una sorta di otto intorno ad esso. Lo schermo cambiò colore e inizarono a comparire riquadri e scritte in movimento, in differenti alfabeti. Sorrise e compilò una casella con una sequenza di lettere e numeri separati da un trattino.

Lesse con attenzione la schermata che comparve immediatamente, corredata da una mappa interattiva e varie immagini. Annotò sul cellulare che era in borsa un indirizzo e un paio di numeri, poi cancellò la cronologia, spense il computer, pagò e andò via.

Ora ricordava tutto, con una precisione e una nitidezza mai provate prima. Soprattutto ricordava la sua missione e la propria natura, il suo dono e il probabile motivo ispiratore del suo sogno della notte precedente. Tornò alla casa sicura, da un doppiofondo del cassetto dell’armadio estrasse una valigetta molto sottile, l’aprì, controllò il contenuto e sorrise.

Diede un’ultima occhiata fuori dalla finestra, alla piazza e al cielo di Metz in quella mattina di metà marzo. «Attento o Cesare alle idi di marzo.» disse in un soffio rivolta al proprio riflesso. Poi uscì di nuovo, diretta alla stazione centrale.

[ Alethéia, nella mitologia greca personificazione della Verità e della Sincerità (letteralmente: ciò che emerge da quel che è nascosto), è figlia di Kronos (il Tempo) e di Ananke (la Necessità). Lo spunto per questo racconto nasce da una discussone su FriendFeed. ]

Gilgamesh

Ricordi

Fin da piccolo, ho sempre avuto cani (mio padre ancora faceva finta di andare a caccia: bracchi, pointer, setter, spinoni e spaniel breton) e sempre avuto un buon rapporto con loro, anche con quelli “estranei”.

Una volta portavo a spasso Tobia, un terranova enorme, e c’era il cancello di una villa dimenticato aperto e ne sono usciti quattro pastori tedeschi grossi quasi quanto lui.

Ho tenuto il guinzaglio cortissimo e al primo che s’è avventato ho tirato un calcio, forte, sul collo, continuando a guardare gli altri.

Per fortuna il primo s’è allontanato guaendo e gli altri son rientrati nel cancello. Ci siamo allontanati piano e senza mai voltare le spalle, io e Tobia, e al ritorno abbiamo fatto un altro giro.

Quando a casa in giardino gli ho levato il guinzaglio e la martingala mi sono accorto che tremava ancora un po’ e mi son reso conto che anche io avevo sudato freddo e ancora ero teso. Ho abbracciato il suo testone nero e lui m’ha messo una zampa sul ginocchio, come faceva sempre.

Il giorno dopo l’ho portato a nuotare, una cosa che adorava, a Marina Piccola. È morto due anni dopo e io mi sono trasferito in una casa senza giardino, e ho adottato il gatto della mia compagna.

Non ho più avuto cani dopo di lui, ma i miei ora hanno un boxer tigrato: l’ho visto cucciolo e gli ho dato le prime pappe; nonostante lo veda tre volte all’anno mi fa sempre un sacco di feste.

(questo raccontino è stato originariamente postato nei commenti a questo post di Alessandro Bonino)

 

Gilgamesh

Microcenturie

È uscito oggi il mio contributo a Microcenturie (estuario per romanzi fiume di breve corso).

Volendolo leggere, lo trovate qua.

Sul sito sono presenti al momento altri quarantadue micro-romanzi e il numero è in costante aumento. Quelli che più vi piacciono potete inviarli per email direttamente dal sito, o stamparli e disperderli in luoghi trafficati per una sorta di micro-bookcrossing.


Un ringraziamento speciale a Effe, Colfavoredellenebbie, Cronomoto e Isola Virtuale per la bellissima iniziativa.

Gilgamesh

Frammenti

Socchiuse gli occhi e si guardò intorno.

L’ambiente non gli era familiare, ma riconobbe il tipo di stanza e molti degli oggetti che vide. Non ricordava come fosse arrivato là; di più, non ricordava nulla del passato recente, il suo ultimo ricordo era il check-in di un aeroporto, presumibilmente giorni prima.

Rimase quasi immobile e con gli occhi semichiusi per qualche istante, il tempo strettamente necessario per fare una sorta di inventario delle proprie condizioni fisiche e controllare se qualcuno lo stesse osservando da presso. Nessuno in vista. Con un unico, fluido movimento fu in piedi e iniziò a guardare meglio la stanza in cui s’era risvegliato.

Non era esattamente una stanza, dopotutto, sembrava più la cabina di una nave. Anche l’odore suggeriva che potesse trovarsi su un’imbarcazione, sicuramente attraccata vista l’assenza di rollio o beccheggio. Nessuna finestra né oblò, solo una porta metallica chiusa dall’esterno, unica sorgente di luce una plafoniera sul soffitto.

Indossava una semplice camicia bianca e un paio di jeans, ai piedi dei mocassini chiari, nulla nelle tasche. Controllò la fibbia della cintura e i tacchi delle scarpe, ma non trovò niente di insolito. Come colpito da un ricordo improvviso si tastò dietro l’orecchio e avvertì un leggero dolore.

Si avvicinò alla porta e si concentrò sulla maniglia, dopo alcuni secondi la porta si aprì con uno scatto secco, come se si fosse sbloccato un meccanismo. Per qualche strana ragione la cosa non parve stupirlo. Aprì lentamente la porta e scivolò nel corridoio non illuminato, sul quale si aprivano molte porte simili a quella dalla quale era appena uscito.

Percorse il corridoio fino alla fine e si trovò davanti a una stretta scala. Iniziò a salirla con circospezione, pronto a tornare indietro al minimo indizio di una qualche presenza di fronte a lui. Tornò con la memoria ai suoi ricordi più recenti: la missione a Talinn, il suo contatto e il loro incontro al Linnahall, l’ultima telefonata con il suo capo, i suoi dubbi sull’opportunità di proseguire senza una copertura adeguata. Aveva ricevuto l’ordine di rientrare, e stava per prendere il volo  quando qualcuno l’aveva intercettato e in qualche modo neutralizzato e rapito.

Improvvisamente una figura si parò davanti a lui, un tipo tarchiato con una tuta azzurra da meccanico che imprecò in russo vedendolo. Senza esitare lo colpì col palmo poco sotto lo sterno e col taglio della mano alla base del collo mentre cadeva, prima che potesse parlare ancora. Scavalcò il corpo esanime e si trovò in quella che sembrava una sala di controllo. Rimase abbastanza sorpreso nel constatare che non si trovava su una nave, dopotutto, ma su un dirigibile.

Tutto iniziò a dissolversi proprio mentre cercava di interpretare il pannello principale con le sue indicazioni in cirillico. Ebbe come la sensazione di precipitare in un vortice poi fu di nuovo buio e silenzio.

Gli sembrò di sentire come delle voci, in lontananza:

- Allora, dottore, c’è speranza?
- Signora, non voglio darle false speranze. È estremamente difficile che si risvegli dal coma, nonostante i picchi improvvisi di attività cerebrale che abbiamo riscontrato.

Le voci si persero in un mormorio indistinto, una luce intensa filtrava tra le assi di quello che sembrava un capanno da caccia. Uscì all’aperto e vide sua sorella che si arrampicava su un tiglio, e il suo pony preferito legato a una staccionata. Suo padre arrostiva salsiccie poco più in là e sua madre e alcune amiche chiacchieravano sotto una tettoia di legno, vicino alle tavole e alle panche disposte intorno. Corse incontro a suo padre che gli sorrise.

- Che giorno è oggi, papà?
- Mi prendi in giro, Mikhail? Sai benissimo che giorno è oggi. È il tuo dodicesimo compleanno. Sei un uomo ormai, oggi riceverai in dono la carabina che fu di tuo nonno.
- Si, ma intendo la data.
- È il 15 maggio, che altro giorno potrebbe mai essere, se è il tuo compleanno?
- Che… anno?
- Oh, ma questa è bella. Il 1903, non ricordi?

Di nuovo, tutto si dissolse in un mosaico di colori, la campagna verdissima, il sole di maggio, il vestito bianco di sua sorella Barbara, la giacca porpora di suo padre. Musica, questa volta, musica sinfonica – una melodia maestosa che ricordava bene. Smise di farsi domande e andò incontro alla luce che filtrava dalle nuvole, verso la scalinata d’ingresso di un palazzo marmoreo che in qualche modo conosceva.

- Benvenuto, o meglio bentornato. – echeggiò una voce.

Sorrise e salì i gradini. Pensò che era bello essere di nuovo a casa dopo tanto tempo.

Gilgamesh

L'Emergenza rifuti, un anno dopo.

Credo che valga la pena di andare a leggere questo post su "Altri occhi", il blog di Valeria Gentile.

Ho seguito "in diretta" la sua realizzazione, grazie a FriendFeed.

Dà una buona visione d’insieme di come sia stata realmente affrontata l’emergenza, del provvisorio che diventa definitivo, dei rischi ambientali che tuttora sono presenti e anzi aggravati dal metodo "sotto il tappeto". Sono riportate interviste ad esperti, amministratori e uomini politici, ci sono fotografie che documentano spesso situazioni quasi incredibili: soprattutto colpisce che questo "spazzatour" sia stato organizzato essenzialmente per i corrispondenti dei giornali esteri, soprattutto europei, e che nessuno dei "grandi" quotidiani nazionali ne abbia sinora parlato.

Brava Valeria, un ottimo lavoro.

Gilgamesh

A due a due

Doppia ispirazione oggi, per questa poesia. Cercata e trovata in originale, su un vecchio Oscar Mondadori, con la traduzione italiana a fronte.


Nous n’irons plus
Paul Èluard (1895 – 1952)


Nous n’irons plus au but un par un mais par deux.
Nous connaissant par deux nous nous connaîtrons tous
nous nous aimerons tous et nos enfants riront
de la légende noire où pleure un solitaire.


Non verremo alla mèta ad uno ad uno
Ma a due a due. Se ci conosceremo
A due a due, noi ci conosceremo
Tutti, noi ci ameremo tutti e i figli
Un giorno rideranno
Della leggenda nera dove un uomo
Lacrima in solitudine.

(da "Le dur désir de durer" 1946, traduzione di Franco Fortini)


Qualche nota biografica e altre poesie potete trovarle qua  (in francese).

Buona domenica.

Gilgamesh

Blog Action Day 2009

Anche quest’anno ho aderito al Blog Action Day – visto che il tema proposto è l’ambiente (e i cambiamenti climatici) che è un argomento che mi sta particolarmente a cuore.

Credo che sensibilizzare tutti il più possibile attorno a questi temi sia particolarmente importante, anche e soprattutto oggi, dato che nonostante tutto è vero che un altro stile di vita è possibile.

Ognuno di noi, nel proprio piccolo, può fare qualcosa non solo per non aumentare l’impatto delle azioni umane sull’ambiente o per mantenerlo costante (attraverso comportamenti responsabili: come separare accuratamente i rifiuti da riciclare, utilizzare il più possibile i mezzi pubblici, non acquistare acqua minerale in bottiglia ma consumare quella dell’acquedotto, acquistare spesso prodotti alimentari originari della propria zona di residenza) ma addirittura per invertire la tendenza.

Una maggior coscienza civile e una maggiore consapevolezza diffusa del fatto che le azioni e le abitudini, anche apparentemente minime, hanno conseguenze – a breve e a lungo termine – sono due fattori importanti per  la determinazione  di quello che potrà essere il futuro dell’umanità nei prossimi decenni.

Tanti sarebbero gli argomenti da affrontare, dall’impatto dell’agricoltura intensiva sulla deforestazione in attto soprattutto nel Sud del mondo all’importanza dell’impiego delle energie alternative ai combustibili fossili, passando per la difesa della biodiversità e della diffusione dell’amore per la natura, ma richiederebbero uno spazio maggiore di un semplce, singolo post.

Spero di riuscire a ritornare in futuro su questi argomenti, al di là dell’occasione del BAD2009, e spero che incontrino l’interesse di un numero sempre crescente di persone.

Non sprechiamo l’occasione.


Gilgamesh

Niente da capire

"Perché io, Berlusconi, l’ho  conosciuto quando non era ancora Berlusconi, sai?" mi disse posando il bicchiere e guardandomi con l’aria di chi sta per rivelare un segreto.

"Ero un giovane di belle speranze" proseguì con aria assorta "e lui era già un palazzinaro importante: avevo appena vent’anni e lui aveva già l’età di mio padre allora, più di quaranta… oltre trent’anni fa."

"Però quasi nessuno immaginava quanta strada avrebbe fatto: io invece si. Me lo presentò un mezzo parente, il marito di una quasi cugina di mia madre, ebreo solo di cognome, in realtà era di rito scozzese antico e accettato."

Bevve un lungo sorso e riprese a parlare, con lo sguardo perso oltre il bancone di quercia, fissando un punto imprecisato al di là della carta da parati beige a rilievo che tappezzava le pareti del pub. "All’epoca cercava qualcuno che avesse le entrature giuste presso il comune di Arzachena, aveva un progetto pronto, milioni di metri cubi, roba grossa".

"Io però volevo proporgli qualcosa di diverso, di rivoluzionario: la televisione commerciale, pensa che allora erano appena cominciate le trasmissioni a colori, e sembrava chissà che cosa, e lui era in trattative con Edilio Rusconi per Rete4, e ancora non possedeva Mondadori ma aveva già messo un piede dentro Italia1."

Si schiarì la voce e continuò con un tono più basso, quasi suadente: "Non mi ricordo se Canale5 si chiamasse già così, ma penso di si, da pochissimo. Trasmetteva, abusivamente, a livello nazionale: pensa che spedivano le videocassette Betacam col corriere, da regione a regione, e si sincronizzavano per mandarle in onda alla stessa ora in quasi tutta Italia."

Sospirò. "Io avevo avuto quest’idea geniale: la televisione interattiva, con quella che adesso chiamerebbero set-top-box ma che allora nessuno sapeva come chiamare se non scatolotto. Avevo un amico, una specie di ingegnere tedesco. Cioè era davvero tedesco, ma non era proprio ingegnere, non aveva manco finito le superiori, però era un genio dell’elettronica, girava coi circuiti integrati nel borsello, era una barzelletta perfino tra i geek come lui, solo che allora nessuno li chiamava geek, ancora:"

"Perché vedi, l’idea era di rendere la televisione interattiva, che poi nessuno sapeva bene cosa volesse dire, allora, ma pareva il futuro, anche se a malapena c’erano le reti a commutazione di pacchetto nazionali malamente interconnesse a livello europeo, e ancora le gestivano le Poste, pensa te."

"E invece… invece…" si bloccò e rimase a fissare le bottiglie di liquore allineate sugli scaffali polverosi.

Gli misi davanti un altro bicchiere di Southern Comfort, e la lingua gli si sciolse nuovamente.

"Dieter non pensava minimamente che l’effetto potesse essere quello, sai? Lui cercava di ottenere un metodo per la trasmissione di dati sfruttando le onde convogliate, sai cosa sono? No, ma che ne puoi sapere tu, figurati. Va bene, non entro in dettagli tecnici, quelli non li capisco neppure io, fatto sta che invece quello che ottenne fu una sorta di effetto mesmerizzante. Altro che i messaggi subliminali ipotizzati da qualcuno! Non esagero quando dico mesmerizzante, qualunque persona con più di sessant’anni od oltre dieci e meno di trenta rimaneva letteralmente ipnotizzata. e si beveva qualunque cosa. Non so perché i thirty e i fortysomething fossero immuni, ma di fatto lo erano, almeno in larghissima parte".

"Prese tutto il pacchetto, naturalmente, gli bastò la dimostrazione che organizzammo con due Telefunken e un trasmettitore VHF a circuito chiuso, nella sala tempo libero di un pensionato per anziani."

Bevve tutto d’un fiato e posò il bicchiere sul piano di cristallo con un suono secco.

"Deve tutto quel che è diventato, a quella fottura invenzione: e noi stronzi che non l’abbiamo nemmeno brevettata, abbiamo dato retta al suo ufficio legale, firmato un accordo tipo NDA, sai cos’è? Ma se non sai nemmeno l’italiano, figurati un acronimo in inglese."

"E sai la parte migliore? Non c’ha mai pagato nemmeno la prima fattura, quel grandissimo figlio di puttana: siamo in causa da allora e nel frattempo io sono fallito tre volte. Dieter è emigrato in Niuova Zelanda e alleva pecore merinos, ha pure cambiato nome e  non vuole più sentir parlare di questa storia, gli fa troppo male".

Grugnì e si girò verso di me con gli occhi spiritati.

"Che dici, valeva una bevuta questa storia? Non ci posso pensare che è morto, il vecchio puttaniere, e non voglio nemmeno sapere che fine ha fatto lo scatolotto di Dieter. Son vent’anni che cambio stanza se qualcuno appena accende la televisione".

Si alzò, uscì dal locale e sputò per terra. Scomparve tra i vicoli della Marina prima che potessi anche solo provare a chiamarlo.

Riposi il taccuino e il dittafono digitale, pagai il conto e uscii nella sera fresca d’inizio autunno con le mani sprofondate nelle tasche del finto burberry, guardando le stelle oltre i lampioni spenti e una falce di luna che si rifletteva nelle pozzanghere.